Memoria marinara

La Spezia, così è cambiata la mitilicoltura nel Golfo

Dalle cooperative ai nuovi materiali, un mestiere tramandato tra famiglie e innovazioni tecniche.

La Spezia, così è cambiata la mitilicoltura nel Golfo

Dopo la Prima guerra mondiale, nella zona della Spezia i mitili presero progressivamente il posto delle ostriche, fino a diventare un alimento presente nella quotidianità della popolazione. L’ostricoltura era riuscita a sopravvivere tra alterne fortune, ma il prodotto restava legato a un mercato ristretto e a costi di produzione elevati. I muscoli, invece, incontrarono una domanda più ampia e la loro coltivazione iniziò a svilupparsi rapidamente.

La crescita della produzione portò all’ampliamento dei vivai nel Golfo della Spezia. In una prima fase gli impianti erano distribuiti nelle aree più interne, tra Canaletto, Fossamastra, Panigaglia, Muggiano, Cadimare, Fezzano e Le Grazie. In seguito, la presenza di cantieri e industrie lungo la costa determinò lo spostamento dei vivai verso la diga foranea. La nuova collocazione ebbe conseguenze sulla produttività, perché le coltivazioni furono trasferite da zone più ricche di fitoplancton ad aree con una minore disponibilità di nutrienti.

Più recentemente, gli impianti sono stati ulteriormente spostati al di fuori della diga foranea. La scelta è stata collegata alla necessità di ridurre le possibili interferenze sulle coltivazioni provocate dai lavori di dragaggio dei fondali interni del golfo, realizzati per la costruzione di un canale di navigazione più profondo.

Le cooperative e il lavoro delle famiglie

Dopo le guerre nacquero le prime cooperative di mitilicoltori: la Proletaria, la Sociale, la Speranza e la Spezzina. L’organizzazione collettiva permetteva di affrontare più efficacemente i periodi difficili e di condividere strumenti, materiali e responsabilità. Tra queste realtà, la Proletaria sarebbe stata la più longeva. Alla base dell’attività restava però la famiglia: figli, fratelli, padri e nipoti imparavano il mestiere lavorando insieme.

La costruzione di un vivaio richiedeva un notevole impiego di forza fisica. I grandi pali di castagno venivano trasportati in mare e conficcati nel fondale per almeno due metri; per sistemarne uno potevano essere necessari sette uomini. Non c’erano gru, piattaforme o mezzi meccanici: si lavorava con barche, corde, mazzuoli di legno e spesso a mani nude.

La scelta del castagno dipendeva dalla presenza del tannino, una sostanza naturale capace di proteggere il legno dagli organismi che lo aggrediscono. Questa caratteristica lo rendeva adatto all’ambiente marino. Era una conoscenza costruita attraverso l’esperienza, prima ancora dell’arrivo di spiegazioni scientifiche, e tramandata tra i muscolai.

Dai pali di castagno alle strutture galleggianti

I pali venivano collocati a distanza regolare, circa cinque metri l’uno dall’altro. A essi erano collegate le ventie, che delimitavano il vivaio e sostenevano i pergolari. Le corde erano inizialmente realizzate con fibre vegetali ed erbe palustri: il materiale doveva essere raccolto, selezionato, lavorato e intrecciato. Il deterioramento delle corde rendeva necessarie sostituzioni frequenti, perché ogni cedimento poteva compromettere il raccolto.

Il sistema tradizionale prevedeva pergolari a tre trefoli. Le reste venivano inserite direttamente nelle corde attraverso il cosiddetto innesto a lampione. Tra un palo e l’altro potevano essere collocati sei o otto pergolari, lunghi dai tre ai sette metri in base alla profondità del fondale. A svolgere molti di questi lavori erano i ragazzi più giovani, che apprendevano osservando e ripetendo i gesti degli adulti.

La tecnologia ha modificato profondamente l’organizzazione dei vivai. Le corde vegetali sono state sostituite dal nylon, i pali di castagno dai tubi di ferro zincato e, in seguito, sono comparse strutture galleggianti ancorate ai corpi morti. Anche le reste tradizionali hanno lasciato spazio alle reti tubolari di plastica, rendendo più semplice l’inserimento del seme.

Tra le evoluzioni più recenti rientra la ricerca di alternative ai bidoni di plastica utilizzati per il galleggiamento, con elementi realizzati in materiali più ecosostenibili e anche attraverso la stampa 3D. Nonostante i cambiamenti nelle tecniche e nelle attrezzature, per il lavoro del muscolaio continua a essere indispensabile la conoscenza del mare.