Diritti negati

Zahra Joya: «L’Afghanistan è una prigione per le donne»

La giornalista in esilio denuncia il regime talebano e chiede una risposta più dura alla comunità internazionale

Zahra Joya: «L’Afghanistan è una prigione per le donne»

L’Afghanistan è una prigione a cielo aperto per le donne. A denunciarlo è Zahra Joya, giornalista afghana costretta all’esilio e oggi residente a Londra, dove dirige Rukhshana Media, agenzia da lei fondata. In un’intervista ad Adnkronos, Joya ha chiesto alla comunità internazionale di intervenire con maggiore decisione contro la sottomissione imposta dal regime talebano.

Joya ha raccontato di conoscere direttamente gli effetti delle restrizioni. Cresciuta durante il primo governo talebano degli anni Novanta, da bambina fu costretta a travestirsi da maschio e a farsi chiamare Mohammed per poter frequentare la scuola, allora vietata alle femmine. Per raggiungere le lezioni percorreva chilometri a piedi, con il sostegno della famiglia.

Il ritorno al potere dei Talebani, nell’agosto 2021, e le minacce di morte ricevute l’hanno costretta a lasciare il Paese e a trasferirsi nel Regno Unito. Da Londra coordina una rete di giornaliste rimaste in Afghanistan, che realizzano e pubblicano in segreto reportage sulle condizioni della popolazione femminile, esponendosi a gravi rischi.

Le restrizioni contro le donne

Secondo Joya, dal ritorno dei Talebani il leader supremo del movimento ha emanato oltre 400 decreti, più di cento dei quali colpiscono direttamente le donne. L’accesso alle scuole secondarie e alle università è vietato, così come la frequentazione di parchi e palestre. Anche gli spostamenti sono sottoposti a rigidi limiti: per uscire di casa è richiesta la presenza di un tutore maschio, il cosiddetto mahram.

La giornalista definisce questo sistema un apartheid di genere, sostenendo che l’obiettivo sia cancellare i diritti fondamentali delle donne e favorire una nuova ondata di analfabetismo. La situazione afghana viene accostata alle proteste del movimento iraniano Jin, Jiyan, Azadì, nato dopo la morte di Mahsa Amini, ma Joya sottolinea le differenze tra i due Paesi.

In Iran, pur tra forti limitazioni, le donne mantengono infatti l’accesso all’istruzione superiore e rappresentano oltre il 60% degli studenti universitari. In Afghanistan, invece, la segregazione viene descritta come assoluta e senza paragoni anche rispetto ad altri Stati caratterizzati da tradizioni conservatrici. Per Joya, la legge è stata utilizzata dai Talebani come uno strumento di repressione.

La richiesta alla comunità internazionale

Joya ha quindi rivolto un appello ai governi stranieri e all’opinione pubblica, chiedendo di non giustificare le violazioni dei diritti umani come espressione della cultura afghana. A suo giudizio, l’estremismo non rappresenta la popolazione del Paese, che desidererebbe in maggioranza democrazia ed equità.

Tra le richieste indicate dalla giornalista figurano la fine dei tentativi di normalizzare i rapporti diplomatici con i Talebani e l’applicazione del diritto internazionale. Joya chiede inoltre che i vertici del regime siano portati davanti ai tribunali competenti per rispondere delle loro azioni. Il suo lavoro di denuncia le è valso, tra gli altri riconoscimenti, l’inserimento nel 2022 tra le 100 donne più influenti al mondo secondo Time.